Zdora

l’angolo del futile

capita

Posted by zdora su 22 novembre 2007

capita che la giornata si prospetti particolarmente stressante, e la voglia di uscire sia sotterrata sotto le coperte, e non si trovi proprio.

capita che la giornata SIA particolarmente stressante, fredda e inconcludente, che si passi tutto il tempo a cercare parcheggio, correre da un padiglione all’altro e mangiare in solitudine (come il resto della settimana, dopotutto, ma in macchina è meno imbarazzante, e in più smessaggio con la cara manu)

capita che si debba aspettare molto tempo prima di entrare dai dottori, con marmocchi smoccolosi che urlano e rompono i cosiddetti

capita che la giornata vada proprio storta.

ma certe volte, nel giro di un’ora, capita che la situazione si capovolga.

uf, sto aspettando e mi annoio a morte” “ma da dove sei connessa?” “ho il messenger aggratis nel cellulare (…) ho parcheggiato fuori porta, quindi doppia spesa per linea blu e autobus” “eh, io a bologna mi ci trovo bene con l’abbonamento” “bologna? me n’ero dimenticata“. risultato: siamo a massimo 2 km di distanza. “io mi fermo in piazza maggiore” “io ci passo

ed ecco il mio primo incontro da bloggher. non ci troviamo. io, bardata dal freddo, ciuffo unto e trucco sceso, armata di valigetta trollei (la mia schiena ne aveva bisogno) a cercare chissà chi e a guardare i vari tipi loschi che si avvicinavano oppure telefonavano proprio mentre mi squillava il cellulare. oh merda. e se mi trovassi con un tipo petulante un po’ allucinato che mi segue in un vicolo e poi mi accoltella/stupra/deruba (e non ditemi che era un pensiero atipico)? che faccio che facc…mmm…no, non è quello, neanche quello. “sono sotto l’unico portico di piazza maggiore” (ce ne sono due, e io sono nell’altro, ovviamente) “aspe…” ovviamente le impalcature, i lavori, o quello che erano, erano esattamente in mezzo…eccolo! siii! ha un volto e, cosa più importante, non sembra per niente un maniaco pazzo omicida. attimi di panico. ora: come ci si presenta ad una persona che, bene o male, sa tutti i fatti tuoi e quindi non ti puoi nemmeno atteggiare a persona seria? troppo tardi, è già arrivato. sorridiamo, diciamo “che strano“, e poi è tutto naturale. un viso che mi sembra di conoscere, si lamenta che è imbruttito dal lavoro (ora si che il mio ciuffo unto sembra avere un peso: rispetto a me sembra appena tornato dalle vacanze), ma dai, ma si, e facciamo 5 minuti di strada insieme. scoprendo alla fine, grazie a coincidenze strabilianti, che il mondo è mooolto moooolto piccolo (non posso approfondire per la praivasi). purtroppo un appuntamento mi attende, e ci salutiamo. ancora piaciuevolmente sorpresa non mi accorgo che 1-sto salendo una mega scala a chiocciola con gradini minuscoli, e la luce si affievolisce sempre più e 2-questo sembra tutt’altro che il portone di un ambulatorio. suoniamo, va. non risponde nessuno. sento degli scricchioliiiii…gniiiieeeecccc…..silenzio…tonfetti. gniiieeeeeccccc. altri rumorini inquietanti dietro la porta. ad un certo punto (dopo 5-6 gniiieeeeec) una vecchietta socchiude la porta, mi vede, fa un balzo e sbatte subito la porta. “chièèèèèè?” (ah ecco cos’era quel rumore. mpf) “ehh…scusi, sono un’informatrice…” “ha l’appuntamento?” “si” apre la porta, mi fa entrare in questo cupissimo salone anni 20 che mancava solo mano e zio fester ed eravamo a posto “vveeenga…vveeeengaaa” “hem…aspetto qua” “noooo…vveeeengaaa” e mi prende a braccetto portandomi nella sala d’aspetto (divani rossi in un saloncino più piccolo ma con le luci fioche come l’altro). mi cerca di far andare in bagno intanto che il dottore arriva (non c’era). nonostante la vescica urli vendetta da circa due ore decido che no, non è il momento. arriva il medico che mi scambia per una paziente, faccio la mia presentescion e mi fiondo fuori sperando di fiondarmi a questo punto in bagno, ma…ma…lui mi accompagna all’ascensore vecchia maniera, prende le chiavi, lo apre e mi accompagna dentro. occhei, niente pipì. ma…ma…davanti a me c’è un muro! aiuuutoooo! sequestrooooo!!!! già mi vedevo tipo il silenzio degli innocenti con un barboncino bianco dentro una buca. hem…era uno di quegli ascensori che si entra da una arte e si esce dall’altra. inutile dire che sono tornata a casa ridendo e sghignazzando come un’idiota per tutto il viaggio.

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Una Risposta to “capita”

  1. mantiduzza said

    ma che privaci e privaci!!!!!!
    vogliamo il nome!!!!!!!!

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